In occasione della partita di Lisbona una delegazione ha deposto fiori sulla tomba delindimenticato campione
Il ricordo di Vigotti: «Faceva buchi nei pattini per andare più veloce»
Dici Lisbona e pensi ad Antonio José Parreira do Livramento. Tra un immenso stuolo di lapidi bianche spuntano come un fiore un bastone e un pattino di bronzo. Ci sono pochissimi dubbi, anzi nessuno: è lì che riposa il più grande giocatore di hockey di tutti i tempi. Il volto delle persone che lo hanno conosciuto e apprezzato come uomo ancor prima che come giocatore è lì davanti, in quella stessa Lisbona che solo qualche anno fa era la sua casa e la sua famiglia. Ci sono il presidente dell'Amatori Fulvio D'Attanasio, lo storico meccanico del vecchio Amatori e della Nazionale Luigi Vigotti, il massaggiatore Pino Marchi e "Hombre" Marino Severgini, suo compagno di squadra sia nel 1976 (anno della conquista della Coppa Italia, primo trofeo nella storia dellhockey lodigiano) che nel 1978 e avrebbe sicuramente voluto esserci anche l'amico di sempre Giancarlo Grandi. Una composizione di fiori giallorossa è stata deposta dalla delegazione lodigiana sulla tomba dell'indimenticato idolo lisboeta, che in Portogallo è tutt'oggi un vero e proprio idolo. A pochi passi dallo stadio "da Luz" nel quartiere Benfica dove Livramento era nato e cresciuto, gli hanno addirittura intitolato una via: rua do Livramento. Il giorno dei suoi funerali nel giugno del 1999 in terra lusitana tutti si strinsero in un immenso dolore. Benfica e Sporting Lisbona esposero fuori dalle proprie sedi bandiere a mezz'asta, ma anche le bandiere nazionali fuori dagli edifici pubblici vennero listate a lutto. E quando il feretro passò proprio nel suo quartiere prima di arrivare al cimitero di Benfica un migliaio di persone lo aspettarono per salutarlo l'ultima volta. «Era qualche cosa di straordinario - commenta Marino Severgnini, visibilmente commosso davanti alla tomba dell'ex compagno di squadra -. Ho avuto la fortuna e l'onore di giocare assieme a lui in tutte e due le sue esperienze a Lodi e non ho più visto nessuno con quel talento innato, quasi innaturale». Dicevano che il bastone di legno per Livramento fosse il naturale prolungamento del suo braccio, tanto era spontaneo il suo gesto tecnico. Quegli stessi strumenti del mestiere che facevano di lui un artista sono riprodotti fedelmente sulla tomba: «Sì i pattini sono gli stessi che calzava lui - dice sicuro Vigotti -, li riconosco perché Antonio si faceva fare dei piccoli fori vicino alle ruote in modo da far risultare il pattino più leggero e acquisire più velocità. Era un maestro in tutto, ricordo che ero al Mondiale di Reus nel 1999 quando ho appreso la notizia, siamo rimasti tutti increduli, sbigottiti». E pensare che la sua carriera inziò come giocatore di calcio, prima che il mentore Torcato Ferreira intuì il suo talento cristallino e lo portò con sé al Benfica. Di lì una carriera da giocatore immensa, divisa fra Portogallo e Italia, che lo ha portato in 21 anni con il bastone alla mano a disputare qualcosa come 1700 partite ufficiali segnando la bellezza di 3500 gol. «Questo è l'omaggio di una città a un uomo che per Lodi è un simbolo, un'istituzione - chiude il patron dell'Amatori Sporting Fulvio D'Attanasio -. È stato un atto dovuto a una figura leggendaria». "Non morì" sono le parole incise sulla tomba del campione, "non morirà mai" è il pensiero di chi ancora lo sente vivo in un gesto tecnico, in una giocata o nell'esultanza per un gol.
Aldo Negri
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